Tendenze, design e distribuzione

A colloquio coi designer: quale tessuto per quale ambiente

Il designer non è una figura mitica, un totem, una presenza da evocare. Eppure, nel mondo del tessile d’arredamento, spesso viene vissuto proprio così: una sorta di divinità capricciosa che non vuole tanto bene al tessuto, ama altre materie, potrebbe essere foriero di grandi successi se il tessile fosse (o tornasse a essere) fra i suoi favoriti, ma non è così. In ogni caso un’entità con la quale ci si deve fare i conti, ma non si sa tanto bene come prenderla. Scherziamo naturalmente, ma neanche tanto. La questione parte dal fatto che questa figura creativa è una sorta di entità mutaforma, soprattutto in Italia, che passa con apparente levità dalla creazione di un oggetto, alla progettazione di una collezione tessile, alla realizzazione di un arredamento d’interni o all’esterno di un palazzo. Insomma, designer, architetto, progettista d’interni, grafico…basta che si ragioni di forma e sostanza. Ora, nell’universo un po’ squadrato e razionale della manifattura tessile diventa difficile rapportarsi con creativi del genere. Non che manchi, nel comparto, l’ingegno e l’inventiva sia chiaro, ma tale esercizio deve stare in qualche modo “dentro” il settore, emergere dal suo interno, invocando la necessità di una (reale, ne conveniamo) conoscenza tecnica, materica e di processo molto profonda. La domanda però sorge spontanea: quando Vico Magistretti progettò, nel 1960, il suo primo oggetto d’arredamento, la sedia Carimate per Cassina, non crediamo fosse un grande falegname. Perché allora da un designer si dovrebbe pretendere la conoscenza perfetta del funzionamento di un telaio jacquard? Il suo contributo creativo non può essere mediato e guidato da chi è esperto del processo produttivo in questione, esattamente come succede nell’abbigliamento, nel mobile o ovunque ci sia qualcosa di “tecnico” da conoscere?

Il discorso è molto complicato e merita ancora molta riflessione, però non si deve perdere l’occasione di avviare un dialogo, di capire le ragioni, i desideri e le necessità del mondo del design per cercare di avvicinarlo, di farlo essere più continguo alla sfera del tessile. Allora quale migliore occasione se non quella di raccogliere l’opinione di due giovani designer italiani che a Proposte si sono occupati dell’immagine e dell’allestimento nell’edizione 2019 e hanno così potuto vivere e respirare tessile come forse non avevano mai fatto? Stiamo parlando di Vittorio Turla e Gabriele Rigamonti che, con Carla Scorda, formano lo Studiocharlie, una delle più importanti realtà italiane del design (menzione d’onore al Compasso d’Oro nel 2004 per il carattere tipografico Csuni e Compasso d’Oro 2018 per il rubinetto Eclipse di Boffi) attiva anche nel mondo del tessile con collaborazioni con Il Lanificio Leo e Torri Lana, solo per citarne alcuni. Dalle risposte emergono, a nostro parere, reali e possibili opportunità, l’importante è non considerare più il designer come una specie di unicorno mitico.

D. – Andiamo subito al cuore dell’argomento: facendo sintesi dell’esperienza acquisita nell’ultima edizione di Proposte, quale tessuto per quale ambiente, dal punto di vi sta dello stile, domina – se, domina – la manifestazione?

R. – Per certi aspetti è facile rispondere – Vittorio Turla ha preso la parola – e per altri è difficile. Diciamo che la sensazione più immediata è quella che il tessuto d’arredamento risponda oggi soprattutto alle esigenze di ambienti classici, magari aggiornati e non necessariamente tradizionali, ma “classici” nella loro anima e impostazione. Questa inclinazione però non è assolutamente univoca, appare più come una risposta proporzionata alle richieste della clientela, del mercato. In sintesi non abbiamo avuto l’impressione che il comparto manifatturiero sia dormiente ma che, salvo rari casi, sia il settore in generale a richiedere questo al tessuto d’arredamento. Quindi facile indicare la classicità come campo di attività primaria per il tessuto d’arredamento ma molto, molto più difficile individuare le potenzialità innovative che il tessuto può portare come componente d’arredamento.

D. – Spiegatemi meglio: non si capisce fin dove il tessuto può arrivare a innovare, oppure come può sollecitare questo cambiamento…

R. – Tracce e segnali di come può mutare la fisionomia di un oggetto d’arredo, e di conseguenza l’insieme dell’ambiente stesso, che ne sono finché se ne vuole – è Gabriele Rigamonti a rispondere. – Del resto la semplice variazione del tessile in casa può mutare radicalmente l’impostazione estetica di tutto l’arredo. Il segnale più macroscopico e immediato è il colore: già solo con la forza di quest’ultimo si può mutare qualsiasi connotato ma anche, direi addirittura, un’impostazione generale di stile. Più difficili da rintracciare invece – perché ci vuole una certa preparazione nel campo – le componenti materiche e di lavorazione che possono rendere maggiormente protagonista il tessuto: abbiamo notato una maggiore diffusione del bouclé come metodo per dare evidenza alla lavorazione, al filato e in genere alla matericità del tessuto. Tutto ciò avviene senza urlare un decoro evidente o impegnativo, si rimane nel solco della semplicità minimale dell’unito o del falso unito, ma si da un maggior peso estetico alla copertura tessile. Diciamo quindi che la classicità è il territorio più evidente in cui si muove il tessuto, ma ci sono indicazioni valide per credere che, fuori da quel sicuro seminato, potrebbe cimentarsi senza problemi anche in progetti più rivoluzionari. Ci vuole più coraggio, da parte della manifattura e da parte del mercato. Diciamo che, da questo punto di vista, i designer potrebbero portare la giusta dose di freschezza e audacia.

D. – Vi siete riferiti finora solo al tessuto. Eppure la tenda è una componente fondamentale nell’economia dell’arredamento di un ambiente. Determina la luce che illumina ogni cosa e compone praticamente una sequenza di arazzi ripetuta in ogni stanza. Mi sembrate però lontani da questo oggetti tessili, li vedete a fatica. Sbaglio?

R. – No, purtroppo è corretto. È un concetto difficile da spiegare. Riconosco la sua importanza, ma ho la sensazione che come prodotto viva una personalità più definita, di più semplice lettura. Quindi più difficile da considerare in una fase progettuale, mentre decisamente più immediata da collocare nel perfezionamento finale dell’arredamento. La tenda non si fonde con altri elementi mobili, non ne deve seguire le forme. Il suo contributo è puramente estetico, molto poco materico, quindi il nostro intervento e la nostra sensibilità in quanto designer vengono sollecitati meno. Con questo non voglio assolutamente togliere peso e importanza alla tenda, anzi. Le riconosco tutto ciò che lei ha scritto, solo la considero in sfera d’intervento successiva al processo di aggregazione degli elementi di arredo.

D. – Quindi, schematizzando, potremo vedere dei designer lavorare sul tessuto ma difficilmente sul tendaggio?

R. – Non ho detto questo. Sono due tipologie d’intervento molto diverse: sul tessuto il designer svolge un ruolo creativo ma anche di sintesi tra diversi elementi e coniuga diverse materie tra loro, mentre nel tendaggio il suo ruolo sarebbe più estremo, o più a monte – nella progettazione stessa del tendaggio da un punto di vista decorativo – o più a valle intervenendo sugli accenti dell’arredamento d’ambiente quasi concluso. Ammetto poi che noi, come inclinazione culturale, siamo molto minimali nella nostra concezione e quindi sovente il tendaggio, se considerato, deve seguire questa tendenza estetica che potremmo definire “evanescente”.

D. – Quindi, sintetizzo, vedete molto classico nell’oggi del tessuto, ma potrebbe giocare bene anche nel campo del futuribile secondo voi. Sembra quindi che, tutto sommato, la manifestazione vi ha permesso di farvi una precisa opinione del settore. Ma, in definitiva, cosa dovrebbe dare di più il comparto e l’esposizione a voi designer?

R. – Meno prodotti e più personalità – risponde sicuro Vittorio Turla. – Abbiamo visto stand con migliaia di tirelle che alla fine apparivano tutte uguali, ma abbiamo fatto fatica a conoscere le storie, le culture, i racconti delle varie aziende. Ecco manca un po’ il racconto, non si lascia spazio all’immaginario e alla fascinazione aziendale quando invece, e lo sappiamo bene, dietro a ogni impresa tessile ci sono storie bellissime. La clientela già conosciuta sa perfettamente quali sono le caratteristiche di ogni fornitore, quindi non c’è bisogno di essere ridondanti nella presentazione delle novità, mentre la figura creativa o il profilo diverso di cliente che non ti conosce vuole essere, un in oceano quasi informe di tirelle, attratto e conquistato da una storia. Da questo punto di vista esiste una differenza radicale col mondo del mobile, dove la storia, la narrazione sono oggi fondamentali.